Il Padiglione d’oro di Yukio Mishima è stato l’ultimo libro letto nel 2025 per il mio gruppo di lettura, Libri in kimono (qui trovate il post con le letture che faremo nel 2026).
Considerato il capolavoro dell’autore, è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto. Il 2 luglio 1950, Hayashi Yoken, un novizio del tempio, decise di dare fuoco al Padiglione d’oro. Le motivazioni sono perlopiù incerte. Essendo lui molto povero, era infastidito dai visitatori del tempio e dal loro sfarzo. Nel tentativo di compiere una sorta di “doppio suicidio”, provò a morire nell’incendio per poi cambiare idea e venire arrestato.
TRAMA
Mizoguchi è un giovane che, per volere del padre, diventa monaco presso il famoso Padiglione d’oro. Da sempre balbuziente e dall’aspetto poco gradevole, si lega a doppio filo proprio al Padiglione d’oro. Ritenuto da lui simbolo di ineguagliabile bellezza e unico oggetto dei suoi desideri, Mizoguchi finirà per dar vita a pensieri pericolosi e distruttivi. Le conseguenze saranno disastrose e porteranno a galla non solo il vissuto tragico e personale del giovane monaco, ma anche la situazione del Giappone post-bellico e la filosofia del buddhismo zen.
LA MIA DISCUTIBILE OPINIONE

Ne Il padiglione d’oro, Yukio Mishima riprende la vicenda e gli atti del processo. Seppur riportando abbastanza fedelmente alcuni fatti realmente accaduti, prova a ricostruire le motivazioni del protagonista della vicenda. Il giovane monaco è spinto non solo dalla propria condizione sociale, ma anche dalla famiglia, dal proprio aspetto fisico e dalla situazione politica. Un Giappone sconfitto alla fine della Seconda Guerra Mondiale e occupato dai soldati americani, i precetti della filosofia zen e quelli di Mishima stesso.
Non è stata una lettura facile. La scrittura di Mishima rimane per me bellissima. Riesco a perdermi nelle descrizioni che sono allo stesso tempo poetiche e estremamente vivide. Alcune frasi ricordano quasi degli haiku. Ho amato l’autore in titoli come Musica, La voce delle onde (un titolo che ha stupito anche me, perché si parla di una storia d’amore) o Confessioni di una maschera.
Ne Il padiglione d’oro ho faticato a empatizzare con il protagonista. Un giovane che fatica ad aprirsi con le altre persone a causa della propria balbuzie, oppresso da una situazione familiare e sociale difficile. Inoltre, il proprio aspetto fisico, descritto più volte come poco piacevole, lo porta quasi a detestare o comunque sentirsi legato a doppio filo con ciò che è bello. Primo su tutto lo stesso Padiglione d’oro che diventa per Mizoguchi il simbolo che si frapporrà tra lui e il resto del mondo. Tra lui e la vita stessa per tutto il corso della propria esistenza.
Quel mio difetto – inutile dirlo – costituì sempre una vera barriera tra me ed il resto del mondo. Mi riusciva soprattutto difficile pronunciare l’inizio delle parole: l’inizio, ogni inizio, costituiva la chiave del mondo esterno, una chiave che non ho mai potuto manovrare a dovere.
LA MIA PERSONALE CHIAVE DI LETTURA PER IL PADIGLIONE D’ORO
Ben oltre la metà del libro sono riuscita a trovare la mia personale chiave di interpretazione. Non so se fosse una delle sfumature che voleva dare Mishima o se l’idea che mi sono fatta è frutto di una visione troppo occidentalizzata e moderna. Mi sono ritrovata a seguire le vicende di un giovane uomo che nella vita non ha mai potuto scegliere. E si è ritrovato ben presto a fare i conti con una prigione non solo fisica ma anche mentale. Questa prigionia l’ha condotto verso il proprio destino nella speranza, forse, di avere un minimo di controllo sulla propria vita.
Questa epifania, data da un passaggio del libro in particolare, non è comunque servita a rendermi Mizoguchi più simpatico. L’ho trovato di una malignità e di un egoismo fuori dal comune. Caratteristiche che lo rendono cieco anche di fronte alle persone che potrebbero realmente aiutarlo.
Cominciò la cerimonia dell’incenso, compiuta in lode del monaco Shiho. Anticamente, quando lo Zen non era ancora schiavo delle convenzioni e lo sviluppo spirituale dell’individuo era tenuto nel massimo conto, non era il maestro a scegliere il discepolo ma piuttosto questi ad eleggere il suo precettore. […] Assistendo a quel rito di purificazione, immaginai che si compisse per me, quando nel tempio del Padiglione d’oro io avrei pubblicamente eletto a mio modello il reverendo Dosen.
IL PADIGLIONE D’ORO E LO SQUALIFICATO
Parlando con il gruppo di lettura, è venuto fuori un confronto anche con Yōzō, protagonista de Lo squalificato di Dazai Osamu (qui potete trovare l’articolo a riguardo). In realtà, seppur i due partano da un presupposto simile, sono di natura ben diversa. Al di là del senso di solitudine dell’individuo nel contesto del Giappone bellico e post-bellico, penso che Mizoguchi abbia un animo molto più oscuro rispetto a Yōzō. L’incapacità e forse l’impossibilità di quest’ultimo nel compiere azioni concrete, il lasciarsi trasportare dal destino, sono contrapposte a quelle del protagonista de Il Padiglione d’oro. Mizoguchi, infatti, è disposto a tutto pur di liberarsi delle catene che lo legano non solo alla struttura amata, ma anche alle figure di riferimento che stanno scegliendo per lui. In particolare dai desideri della madre che lui detesta.
A CHI CONSIGLIO IL PADIGLIONE D’ORO
Un romanzo che consiglio per la meravigliosa poetica della scrittura. Ma solo se siete capaci di affrontare un protagonista che saprà farsi odiare in tanti modi. Per chi vuole scavare più a fondo nella società giapponese del dopoguerra, ma anche per chi vuole scandagliare i lati più torbidi del comportamento umano. Se vi lasciate affascinare da argomenti che riguardano la bellezza, il dilemma tra conoscenza e azione e i precetti della filosofia Zen, questo romanzo potrebbe fare per voi.